16 gennaio 2009
Moschea di Sheikh Zayed Bin Sultan Al Nayhan, Adu Dhabi – U.A.E.
Ben 12 anni per realizzarla, un costo complessivo di 2,167 miliardi di dirham, quasi 590 milioni di dollari, in grado di ospitare 40mila fedeli. Sono solo alcuni dei numeri di Shaikh Zayed moschea di Abu Dhabi, considerata una delle prime dieci al mondo per grandezza. La moschea ha quattro minareti alti 107 metri e 57 cupole, di marmo bianco con decorazioni interne di gesso, usate per coprire i cortili esterni e le diverse entrate, pavimenti in marmo colorato e mosaici che ricoprono il cortile principale grande circa 17mila metri quadrati.


Maestoso anche il progetto per illuminarla. E’ stato infatti indetto un concorso dal Medio Oriente Lighting Design Award per trovare l’idea più brillante. A vincerlo lo studio inglese Speirs and Major Associates, che è stato in grado di realizzare un progetto ambizioso valorizzando la struttura e creando un ambiente uniformemente illuminato e privo di qualsiasi punto d’abbagliamento.
Due principi su tutti hanno identificato il progetto SaMA: evitare la visualizzazione degli apparecchi d’illuminazione e creare un’illuminazione ottimale e diffusa senza punti luce invadenti.
La parete Qibla rivolta verso la Mecca, luogo primario di preghiera per i fedeli, integra un sistema di fibre ottiche a tutta luce che disegna e valorizza i motivi floreali incisi sulle pareti in marmo.


Lo stesso principio e’ stato utilizzato anche per le novantanove differenti rappresentazioni calligrafiche del nome del profeta.
Fondamentale l’uso sapiente del colore che permette di amplificare la spiritualita’ degli spazi di culto.
Predominanza di luce bianca e blu perchè legata alla convivenza dell’illuminazione interna ed esterna della moschea, che cambia ogni giorno secondo il mese lunare. Sinergia e gioco evidente nella zona sottostante la cupola principale, dove si svolgono le principali attività di culto.


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11 dicembre 2008
Architetto, artista, filosofo e interprete della luce, James Turrell da piĂą di 45 anni costruisce spazi per scrutare gli astri e godere della luce.
“Ci nutriamo di luce attraverso la pelle. E’ parte di noi. La beviamo dall’ambiente e poi va dritta al cervello, rendendoci persone felici. Per questo i luoghi in cui viviamo possono essere davvero potenti o al contrario togliere energia”.

Molti i riconoscimenti internazionali attribuitigli e le collaborazioni, a partire da quella con Tadao Ando con il quale ha creato edifici che sono sculture luminose, una laurea ad Honorem conferitagli dallo Iuav di Venezia e un Long Project, sogno bello, utopico e ovviamente grandioso che lo anima e lo tormenta da oltre trentanni,
Il Roden Crater Project è il suo capolavoro, un monumento alla percezione; la più grande opere d’arte ambientale al mondo.

Quando lo vide per la prima volta nel 1974 – un cratere di vulcano spento situato nella zona centrale del Painted Desert, presso Flagstaff, in Arizona- capì immediatamente che soltanto lì avrebbe potuto realizzare la sua idea di intervento su un ambiente che fosse capace di condizionare il nostro modo di vedere il cielo. “La natura, la luce, ma anche i grandi edifici costruiti dall’uomo, sono contenitori di messaggi e ci parlano continuamente”.
Il Roden Crater grazie all’assenza totale di inquinamento atmosferico è senza dubbio il luogo ideale per l’osservazione della luce, pratica che Turrell considera molto prossima alla meditazione.

“Mi piace usare la luce in modo non convenzionale. Non come strumento per illuminare cose, ma come oggetto in sè, capace di creare spazi che ci costringano a vedere finalmente noi stessi”.
Grazie alla collaborazione di architetti, ingegneri, geologi e astronomi l’artista americano ha ideato e in parte realizzato complesse strutture architettoniche totalmente ipogee che, grazie ad aperture verso l’esterno idoneamente orientate, consentono allo spettatore di catturare e interagire con i fenomeni luminosi, lunari, stellari o solari che essi siano. Si tratta, dunque, di un complesso sistema di stanze sotterranee che fungono da sofisticati osservatori astronomici, ma che sono soprattutto funzionali alle ricerche di Turrell sulla percezione: l’esaltante forza e visionarietà delle sue soluzioni spaziali unite al nitore del clima desertico dilatano ogni sensazione visiva, acustica e tattile, invitando il fruitore ad un’esperienza di tipo meditativo, in cui la consapevolezza di sé si accompagna al distacco dal mondo materiale.



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